L’effetto Tassotti: quando la Spagna smette di litigare e fa piña

 

Se c’è una cosa che chi vive in Spagna impara presto, è che questo paese è capace di discutere su tutto. E quando dico tutto, intendo proprio tutto.

Catalogna contro Madrid. Baschi contro lo Stato centrale. Monarchici contro repubblicani. Sinistra contro destra. Taurini contro animalisti.

In Spagna il conflitto non è un incidente: è quasi una forma d’arte nazionale. Si litiga con passione, con teatralità, spesso con un gusto quasi barocco per lo scontro politico e identitario.

Eppure esiste un momento preciso in cui questa centrifuga permanente smette improvvisamente di girare.

È quando arriva qualcuno da fuori.

Quando qualcuno dall’esterno alza i toni, usa l’arroganza o prova a trattare la Spagna con sufficienza. In quel momento succede qualcosa di curioso. Gli spagnoli smettono di dividersi e fanno quello che qui chiamano hacer piña: fare quadrato, stringersi insieme come un grappolo compatto.

È quello che potremmo chiamare l’effetto Tassotti.

Chi ha qualche anno sulle spalle ricorda bene l’episodio: Mondiali del 1994, quarti di finale. L’Italia affronta la Spagna. A pochi minuti dalla fine Mauro Tassotti rifila una gomitata a Luis Enrique che gli spacca il naso. Sangue ovunque. L’arbitro non vede nulla. L’Italia passa.

In quel momento la Spagna intera — catalani, andalusi, baschi, madrileni — smette di discutere su tutto il resto e si unisce in una sola, gigantesca indignazione nazionale.

Non era più una partita di calcio.

Era diventata una questione di dignità.

Da allora, quasi per scherzo, molti qui parlano di quel riflesso collettivo: quando qualcuno dall’esterno colpisce duro, la Spagna reagisce unita.

È esattamente ciò che è successo negli ultimi giorni nello scontro politico tra Donald Trump e il premier spagnolo Pedro Sánchez.

La polemica nasce dalle parole taglienti e sprezzanti di Trump, nel suo consueto stile da bulldozer diplomatico. Il messaggio era quello tipico del personaggio: tono sprezzante, muscoli gonfiati, l’idea che dall’altra parte ci sia qualcuno destinato a piegarsi.

Solo che dall’altra parte non c’era un paese qualsiasi.

E Sánchez, piaccia o non piaccia, non si è piegato.

La sua risposta è stata ferma, diretta, senza inchini. Una risposta politica, certo, ma anche simbolica: la Spagna non è il cortile di casa di nessuno.

La cosa interessante non è tanto la polemica in sé — nella politica internazionale gli scontri verbali sono routine — quanto la reazione interna del paese.

Perché a sorpresa la risposta del premier socialista è piaciuta anche a chi socialista non è affatto.

È piaciuta all’elettore progressista, ovviamente, che vede in Trump l’antitesi di tutto ciò che rappresenta.

Ma è piaciuta anche a molti elettori di destra.

Non perché improvvisamente si siano convertiti al sanchismo. Ma perché hanno visto qualcosa che in Spagna pesa molto: il gesto di chi non abbassa la testa.

Qui lo riassumono con una frase che si sente spesso nei bar, nei talk show, negli stadi: “tener un par de huevos”.

Letteralmente: avere due palle così.

Non è una questione ideologica. È una questione di carattere.

Nell’immaginario spagnolo affrontare qualcuno più grande, più potente e più arrogante senza arretrare di un millimetro è una virtù quasi cavalleresca.

E Trump, con il suo stile da sceriffo globale, rappresenta esattamente quel tipo di rivale.

Così, mentre la Spagna continua a litigare su tutto — indipendenza catalana, memoria storica, monarchia, tasse, calcio, corrida — per un momento si è verificato il piccolo miracolo nazionale.

L’effetto Tassotti.

Quando qualcuno da fuori tira una gomitata, il naso può anche sanguinare. Ma il paese smette di litigare e si compatta.

Catalani, madrileni, conservatori, socialisti.

Tutti a fare piña.

Perché se c’è una cosa che gli spagnoli non sopportano è l’arroganza di chi pensa di poterli trattare dall’alto in basso.

E allora sì: si può criticare Sánchez per mille ragioni. In Spagna lo fanno ogni giorno.

Ma questa volta, per molti, ha fatto esattamente quello che ci si aspetta da un capo di governo.

Ha guardato il gigante negli occhi.

E non ha abbassato lo sguardo.



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