C’è una frase che rimbalza da giorni, ripetuta con tono
grave, quasi funebre: “I bambini nati nel 2010 non hanno mai visto l’Italia
ai Mondiali.”E giù editoriali, lacrime, indignazione nazionale.
Ma siamo proprio sicuri che ai bambini importi qualcosa?
La verità, scomoda e poco romantica, è un’altra: ai bambini
di oggi il calcio interessa sempre meno. Non è una provocazione, è un dato di
fatto che nessuno vuole accettare. La passione viscerale, quella che ti faceva
litigare al bar o in cortile, è rimasta intrappolata nelle generazioni
precedenti. Generazione X, boomer, qualche millennial nostalgico. Gli altri?
Guardano altrove.
Sono cresciuti senza Mondiali, senza trionfi europei dei
club italiani, senza miti condivisi. Per loro questa Italia è la normalità. Non
è una caduta, è lo stato delle cose.
Siamo noi, quelli di prima, che soffriamo davvero.
Noi che eravamo abituati a contare i fuoriclasse. A
discutere se fosse meglio Baggio o Del Piero, Totti o Del Piero, Rivera o
Mazzola. Noi che vedevamo il Parma vincere in Europa, il Milan dominare, e che
consideravamo una tragedia nazionale uscire ai quarti di finale di un Mondiale.
Una tragedia vera, con dimissioni, processi mediatici, vergogna collettiva.
Oggi?
Terza mancata qualificazione
E la verità è quasi imbarazzante da ammettere: non fa più
male. La prima volta sì, uno shock. La seconda, una ferita. La terza… già
un’abitudine. Una routine.
Perché ormai bisogna dirlo senza ipocrisie: non siamo una
Nazionale da Mondiale.
E allora arrivano le solite frasi di consolazione: “Se ci
andiamo, poi l’Italia cambia, ha un’altra mentalità.”
Davvero?
Se non riesci a battere Macedonia del Nord, Bosnia o ti
giochi tutto con l’Irlanda del Nord, con tutto il rispetto per queste nazionali
, che oggi sono al nostro livello, o forse siamo noi scesi al loro ,
pensiamo davvero di poter fare bella figura contro Olanda, Svizzera, Marocco o
Giappone?
No. È inutile raccontarsela.
Non siamo più lì. Non siamo più nemmeno vicini.
Spagna, Germania, Francia, Inghilterra giocano un altro
sport. Noi siamo rimasti fermi. Fermi al 2000 , che poi era già la coda
degli anni ’90. In realtà siamo rimasti a quel decennio lì: strutture vecchie,
stadi vecchi, centri di allenamento arretrati, idee superate.
Siamo ancora fermi al “po-po-po-po-po-pooo siamo campioni
del mondo”.
Solo che il mondo è andato avanti. E noi no.
Avevamo un serbatoio di talento che sembrava infinito. Ci
siamo convinti che si sarebbe riempito da solo, per sempre. E invece lo abbiamo
affidato a incompetenti che prima lo hanno inquinato e poi svuotato. E oggi
continuano a starci attaccati.
Da qui, da Barcellona, la domanda è sempre la stessa: “¿Qué
está pasando con Italia?”
E per gli spagnoli è ancora più difficile capirlo.
Sono cresciuti con il mito dell’Italia che vinceva sempre.
Non importa come: con il gioco, con la furbizia, con la sofferenza. L’Italia
che alla fine la portava a casa. Il peggior avversario possibile. Peggio del
Brasile, peggio dell’Argentina.
Anche loro sono cresciuti con Baggio, Del Piero, Totti,
Maldini.
Oggi sentono nomi come Pio Esposito, Tonali, Bastoni. E
chiedono: “Chi sono?”
Non li conoscono.
E questa è forse la fotografia più crudele: l’Italia non è
più riconoscibile.
Per uno spagnolo, l’assenza dell’Italia non è solo una
curiosità. È quasi un vuoto storico. Come se improvvisamente sparisse un rivale
necessario. Come se non potessero più confrontarsi con quel mito che li ha
accompagnati per anni.
E allora il destino sembra già scritto: diventare come
l’Ungheria di Puskás o il Nottingham Forest di Brian Clough. Leggende del
passato. Raccontate, celebrate, ma finite.
Ricordati per quello che eravamo, non per quello che siamo.
Eppure una cosa non può sparire: la passione.
In un Paese di 60 milioni di abitanti, dove 59 milioni si
sentono allenatori, il calcio non morirà mai. Ma forse è proprio questo il
problema: troppi allenatori, pochi formatori.
Bisogna ripartire da lì. Dalla base.
Dall’idea più semplice e più dimenticata di tutte:
i bambini devono ritornare a GIOCARE A PALLONE , prima ancora che a GIOCARE A CALCIO.
I bambini devono tornare a GIOCARE A PALLONE , senza schemi, senza
tatticismi ossessivi, senza l’ansia della prestazione. Devono sporcarsi le
ginocchia, inventare, sbagliare, divertirsi.
Solo dopo, eventualmente, si insegna loro a stare in campo e a GIOCARE A CALCIO.
Prima si gioca.
Poi, forse, si ricomincia a vincere.
e da Barcelona e tutto.
Nik
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